"L'uomo non può essere definito solamente attraverso lo studfio delle sue strutture biologiche"
Dalla parte dell'uomo

Di Roberto Colombo



D: La domanda potrebbe sembrare banale, ma visto che non tutti sono oggi d'accordo le chiedo di definirci dal punto di vista scientifico quando inizia la vita umana.
Roberto Colombo:
La vita umana, come ogni altra forma di vita, non può essere compresa se non dinamicamente, cioè guardando il suo progressivo sviluppo, osservandola nel tempo. Non è possibile fare una fotografia della vita; dobbiamo invece fare una cinematografia della vita, osservare che cosa succede col passare del tempo. Il primo evento nel quale noi possiamo fissare la nostra attenzione è il processo della fertilizzazione o fecondazione. Con questo processo, la cui durata va dalle venti alle trenta ore, si ha la formazione della prima cellula del nuovo organismo. Quando parliamo di organismo, intendiamo riferirci a una struttura altamente dinamica. All'inizio abbiamo la presenza di una sola cellula, ma ogni 12-15 ore, nei primi giorni del suo sviluppo il numero delle cellule raddoppia. Questa crescita esponenziale porta presto questa struttura a diventare una morula, cioè una struttura composta di diverse decine di cellule. Successivamente, all'interno della morula, si ha la formazione di una cavità e la prima distribuzione delle cellule in struttura asimmetrica; ciò darà origine a quella che noi chiamiamo la blastocisti...

D: Se si tratta di dati scientifici, perché non tutti concordano nel riconoscere che questa fase iniziale è vita umana?
Roberto Colombo:
Questa difficoltà nel riconoscere immediatamente l'umanità dell'embrione può essere dovuta al fatto che esso non ha fattezze, apparenze, proprietà o funzioni immediatamente simili o analoghe alle nostre. Occorrerà infatti del tempo prima che il patrimonio genetico, esprimendosi, possa dar luogo a strutture come quelle che siamo in grado di riconoscere in un organismo completamente formato (un bambino, un adulto). Questo tempo non può essere cancellato neppure nella comprensione di che cosa è un embrione. Potremo capirlo meglio attendendo il suo sviluppo, ma non possiamo disconoscere che ciò che darà origine a quello che noi potremo vedere dopo è già presente nella struttura originaria sotto forma di un'informazione genetica.

D: Se la scienza ci aiuta a leggere la realtà e ci fornisce gli strumenti per capire che cosa abbiamo nelle provette o nel grembo di una donna, come mai proprio ora siamo arrivati a negare certe evidenze?
Roberto Colombo:
La tentazione di negare certe evidenze può nascere dal desiderio di impossessarsi della realtà, di poterla trattare, manipolare, trasformare, rinnegando l'evidenza prima della ragione, cioè che la realtà c'è, si dà a noi nella forma in cui essa si rivela. Io credo che come ricercatori, come studiosi, come medici, ma anche come padri e come madri, non possiamo disconoscere che la vita non è data da noi. La vita c'è! Noi la possiamo osservare, studiare, riconoscere; un padre e una madre la trasmettono, un figlio la riceve, ma la vita non è possesso dell'uomo; è qualcosa che l'uomo riceve, che ha e che può riconoscere e anche amare.

D: La vita è un dono, ma forse per l'embriologo che crea nuova vita in laboratorio, è solo un ammasso di cellule sul quale potrebbe applicare svariati protocolli di ricerca per scopertine/coprire nuovi segreti della vita.
Roberto Colombo:
Il desiderio di poter fare ricerca sull'embrione può portare a sminuirne il valore, rendendolo un oggetto di ricerca e togliendo dal nostro sguardo l'idea che esso è innanzitutto un soggetto, cioè uno di noi. Personalmente ritengo che non vi sia la necessità di fare sperimentazioni su un embrione anche per acquisire nozioni sull'embrione umano stesso. Noi possiamo studiare con molto frutto, come in diversi laboratori già si fa, l'embrione di mammifero, dal quale è possibile ricavare una serie di informazioni che consentono di comprendere meglio anche lo sviluppo dell'uomo. Non v'è quindi una stretta necessità per cui si debba procedere ad una sperimentazione sull'embrione umano. La seconda ragione è quella legata alle tecniche di fecondazione artificiale e di procreazione medicalmente assistita. Vi è una notevole pressione perché si possa accedere alla conservazione degli embrioni, al loro congelamento, alla diagnostica prenatale sotto forma di diagnostica preimpianto, che può portare al desiderio di considerare l'embrione non ancora uno di noi, per poter fare di lui quello che si ritiene necessario fare, dimenticando che il figlio è già dentro a quell'embrione.

D: Scienza filosofia e teologia ancora nemiche?
Roberto Colombo:
Non vi è contraddizione tra la scienza autentica (non parlo di ideologia scientifica), che parte dalla realtà e cerca di coglierla nella totalità delle sue dimensioni, e le scienze umane, la filosofia e la teologia. La scienza fornisce uno strumento prezioso per una miglior comprensione dell'uomo. Ma la comprensione totale dell'uomo, fin dal suo concepimento parte da una considerazione di esso che va al di là di quanto il dato scientifico possa offrire. Non "senza di esso", ma "oltre ad esso", perché l'uomo non può essere definito solamente attraverso lo studio delle sue strutture biologiche, che pure, però, contribuiscono alla definizione del suo essere come spirito che vive dentro ad una carne, in nostro corpo.

D: Come professore di biologia e, al contempo, come sacerdote, lei quale punto di incontro intravede?
Roberto Colombo:
Il punto di incontro sta proprio nel riconoscimento che noi studiamo, indaghiamo ciò che non è nostro, ciò che è più grande di noi. Lo scienziato, quando è sincero con se stesso, riconosce che ad ogni scopertine/coperta fatta si apre un mondo tutto ancora da scopertine/coprire. La categoria del mistero, che sembra estranea alla scienza stessa, ne è invece una dimensione costitutiva. È il motore della ricerca stessa. Non vi sarebbe passione per lo studio e per la ricerca se non vi fosse qualcosa che ancora ci sfugge. Forse quel qualcosa che ci sfugge è il grande punto d'incontro tra la scienza e la fede.